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Il peso dei numeri primi: LeBron James e Cristiano Ronaldo

Il successo si conquista  credendo in se stessi, allenando mente e corpo costantemente, anche quando nessuno ti sprona. La gloria, le vittorie e i titoli si conquistano giorno per giorno, avvicinandosi sempre di più al sogno immaginato fin da bambino. La ricerca continua della perfezione emotiva e salutare fa acquisire una longevità sportiva incalcolabile, diventando di fatto inarrestabili. Cristiano Ronaldo e LeBron James descrivono perfettamente questa ossessione.

Dietro due tra i più straordinari profili dello sport si nasconde una storia per certi versi comune, a partire dall’infanzia. Anni trascorsi senza un padre, vissuti in città spesso avvolte da povertà e criminalità. Non a caso entrambi, anche al picco del loro successo, si sono impegnati ad aiutare chi si trova in una situazione di disagio: creando scuole, centri sociali e donando ingenti somme alle associazioni benefiche.

Ronaldo è originario di Madeira, un’isoletta portoghese, e in tenera età deve operarsi d’urgenza al cuore per via di una malformazione. L’operazione va a buon fine e l’attaccante, dopo anni di allenamento e sacrifici, riesce ad ottenere la sua prima grande occasione con un provino per lo Sporting Lisbona.

Anche LeBron ha lo sport nel destino: durante le superiori gioca per entrambe le squadre di basket e football della St. Vincent-St. Mary High School. Alla fine sceglie la palla a spicchi, ma secondo diversi osservatori avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un professionista anche in NFL.
Grazie alle sue prestazioni diviene un punto di riferimento per tutto l’Ohio, tanto da ricevere una copertina interamente dedicata da Sport Illustrated ed il pesantissimo soprannome di The Chosen One, il Prescelto.

Il 2003 è stato l’anno della svolta per entrambi: Cristiano grazie ad una prestazione celestiale contro il Manchester United, diviene oggetto del desiderio di Sir Alex Ferguson. LeBron, invece è il nome di punta del Draft NBA: è scelto alla prima chiamata dai Cleveland Cavaliers, praticamente la sua squadra di casa.

La strada, ovviamente, non è stata obbligatoriamente sempre in discesa. I Red Devils quell’anno cedono il loro giocatore di riferimento, David Beckham, mentre L’NBA saluta Michael Jordan, l’uomo copertina della lega per più di una decade. Ferguson vede nel giovane Ronaldo qualcosa di diverso dagli altri, e decide di concedergli la maglia numero 7 che, prima dello spice boy, avevano già vestito George Best ed Eric Cantona.
LeBron sceglie invece di continuare a utilizzare il numero da gara con cui giocò in High School, per imitare il suo idolo d’infanzia, il 23. A soli diciannove anni, CR7 e LBJ hanno già un eredità quasi impossibile da sostenere.

Questa pressione è esplosa all’arrivo dei primi fallimenti. In finale di Champions League 2009, Cristiano vede Lionel Messi, il suo rivale di una vita, sollevargli in faccia la coppa dalle grandi orecchie sotto la pioggia di Roma. Rumorosamente, il portoghese chiude il ciclo con i Red Devils per trasferirsi al Real Madrid.

Un anno dopo, ai Playoff NBA 2010, LeBron viene sonoramente sconfitto dai Celtics di Garnett, Pierce e Allen, perdendo un’altra occasione per vincere il titolo. Il figliol prodigo, con una Decision in diretta televisiva, abbandona Cleveland e vola a Miami per vincere con un super team.

Le maglie bruciate e le montagne di insulti non hanno schiacciato gli atleti che, in un momento di crisi, hanno avuto la forza di cambiare. Grazie alle loro ferme decisioni sono riusciti a inondare il palmares di titoli, aumentando il loro status di leggende del proprio sport, salvo poi farlo di nuovo (LBJ addirittura per due volte, vincendo un titolo con Cleveland nel mezzo) ed approdare rispettivamente alla Juventus ed ai Los Angeles Lakers.

Per il lusitano l’avventura italiana sarà deludente, mancando un appuntamento con la Champions League che, senza nascondersi, la dirigenza juventina gli aveva cucito addosso. Il miglior bomber della storia ora è tornato dove tutto iniziò, al Manchester United, ma l’avventura inglese non si sta rivelando eccezionale.

King James è alla quarta stagione con i gialloviola e dopo una stagione da infortunato è riuscito a vincere il titolo del 2020. La squadra costruita dalla dirigenza per questa stagione, assemblata secondo le volontà del Re, non riesce a trovare alchimia e costringe LeBron a dover reggere da solo il team.

Entrambi i campioni si ritrovano a portare sulle spalle l’intera squadra, perdendo gli ultimi treni per raggiungere i premi più importanti. Ora che l’età avanza e gli infortuni iniziano a farsi sentire, molti tecnici sono convinti che un’era stia finendo.