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LA COSCIENZA DI ZETA

Ci sono parole che facciamo fatica a pronunciare senza associarle ad accezioni che si sono radicate nel tempo. Grasso è una di queste. Se un corpo è grasso viene da sé che la mente penserà ad un’idea che esclude il bello e la conformità. Sembra che sia un processo di una naturale spontaneità, qualcosa che è sempre stata così. Eppure i corpi grassi sono sempre esistiti ma la grassofobia, questa, è subentrata dopo.

(Avvertenza: questo articolo abusa della parola grasso, tenere lontano dalla portata della Diet Culture).

La storia e la cultura del grasso è controversa: un’alternanza di periodi di accettazione e denigrazione. Un breve tuffo nel passato, a questo proposito, è doveroso. L’iconografia classica ha avuto un ruolo fondamentale nell’affermazione di determinati canoni estetici: uomini con corpi marmorei, perfettamente proporzionati esaltavano il simbolo della forza e della virilità. Dall’altro lato, donne con forme morbide, prosperose, accoglienti costituivano il massimo ideale di fecondità, salute e benessere economico. Anche la morale cattolica ha avuto, nel corso del tempo, grande influenza sulla considerazione del grasso. Qualsiasi manifestazione di abbondanza era considerata come pura ostentazione di un lusso, un’inosservanza delle norme religiose, che prediligevano la cura dello spirito. Questi pochi esempi forniscono la prova che il grasso non è stato sempre accettato, sfatando alcuni luoghi comuni, ma al contempo confermano che la sua accezione ha subito vari cambiamenti. Solo con l’avvento della rivoluzione industriale il grasso perderà progressivamente il suo valore positivo fino a diventare il nemico che tutt’ora ci costringono ad affrontare. Si pongono, così, le basi per il fenomeno conosciuto come Grassofobia sistemica.

Immaginate un calderone dove molti dei mali del mondo si mescolano per creare un nuovo mostro. Un bicchiere di classismo, qualche cucchiaio di razzismo e una spolverata di sessismo: ecco a voi, la grassofobia è servita. Di fatti sono questi i semi dai quali germoglia questo nuovo fiore del male, ma procediamo per gradi. Come già anticipato, con l’avvento della rivoluzione industriale il cibo diventa più accessibile, e dunque la classe aristocratica non ne detiene l’appannaggio esclusivo. Non può più celebrare la sua superiorità, mostrando corpi ben nutriti e grassi (che perdono il loro status di indicatore di benessere) e per elevarsi istituisce un nuovo canone di bellezza: la magrezza. Contemporaneamente, sulla base di false teorie eugenetiche, il grasso diventa un ulteriore elemento discriminatorio su cui stabilire l’inferiorità delle persone nere, le quali hanno tendenzialmente forme più grasse, soprattutto nelle donne. Nasce, poi, la società di massa e si assiste ad un cambiamento di rotta nell’iconografia femminile, pubblicizzando ed evangelizzando donne sempre più attente alla cura della casa e del corpo, innestando i primi pseudo bisogni. Le prime rivendicazioni femminili, però, non accettano più la figura dell’angelo del focolare, vogliono di più. Ed è proprio qui che il processo di emancipazione si allinea in modo direttamente proporzionale con il controllo della società sul corpo femminile, che raggiunge l’apice a partire degli anni ‘90 del secolo scorso. Non c’è più spazio per il grasso, le passerelle e le pubblicità lo confermano: questa è l’unica bellezza accettata. 

Si arriva così alla nascita e all’inarrestabile diffusione della Diet Culture. La cultura che descrive un sistema di convinzioni che valorizza corpi magri o tonici e collega il peso e le dimensioni dei corpi alla salute e allo status sociale. Basta guardarsi attorno, accendere la televisione, aprire un qualsiasi social, chiacchierare con amici e amiche per comprendere di cosa si sta parlando. Tutto è conforme e perfettamente in linea con questo sistema. I prodotti di bellezza e di skin care, l’industria delle diete e del fitness, i guru motivazionali e il mindset del benessere. Il grasso assume una nuova connotazione: non è solo brutto, diventa anche pericoloso. Questo crescente interesse sociale crea il bisogno all’interno dell’ambito medico di investire sempre di più nella ricerca, arrivando ad una più pericolosa equazione: il grasso non è in salute. Quindi se hai un corpo grasso devi fare qualcosa per curarlo, altrimenti ne pagherai le conseguenze. Così la grassofobia viene interiorizzata, assumendo la sua forma più insidiosa poiché se il grasso è un pericolo allora bisogna averne paura. Da qui scaturiscono il senso di vergogna, la mortificazione personale, il sentimento di inadeguatezza; tutto ciò che si prova quando si abita in un corpo grasso o si percepisce di star acquisendo peso. Causa ed effetto di tale condizione è l’isolamento e la marginalizzazione che la società attua, in qualsiasi modo, sulle persone grasse. Spazi inadatti, si pensi ai sedili dei mezzi di trasporto, discriminazioni sul lavoro e trattamenti tutt’altro che dignitosi. Senza considerare la totale esclusione dalla sfera dell’attrazione sessuale ed estetica. Morale della favola: se hai un corpo grasso, fai qualcosa per cambiarlo; se hai un corpo magro, fai di tutto per mantenerlo. 

Perché nel 2024, con tutti gli strumenti di cui si dispone, un corpo grasso non può che essere una scelta.

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Edoardo Mocini, medico dietologo e ricercatore in Endocrinologia, Metabolismo ed Andrologia, ci spiega che questa convinzione si basa su false credenze. Esistono, infatti, decine di determinanti sul peso corporeo e questi riguardano solo in parte i comportamenti dei singoli individui, citiamone alcuni: fattori internazionali, provenienza geografica, comunità locale, quotidianità casa-lavoro-studio. 

Non è colpa tua, ma comunque il problema resta lo stesso: il grasso non è salutare.

Anche questa è una falsa credenza, o meglio, necessita di una chiarificazione. Riprendendo la definizione che l’OMS dà della salute, intesa come completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità; l’equazione magrezza e salute, perde la sua egemonia. Uno studio effettuato su persone sotto restrizione alimentare, che riporta il dottor Mocini, dimostra come la perdita di peso non sia sempre proporzionale ad un miglior benessere. Durante questo periodo si sono visti aumentare consumi di caffeina, liquidi, gomme da masticare, nicotina; c’è stato, inoltre, un incremento di episodi di bulimia, autorimprovero, isolamento. Un vero e proprio cambiamento dello stile di vita. Quindi sì, la dieta ha funzionato ma non ha prodotto quello stato di salute che si pensava di ottenere eliminando il grasso. Chiunque abbia mai avuto un periodo imposto di restrizione calorica potrà, forse, concordare con questo studio.

Ma se il grasso non è pericoloso, perché la medicina dice il contrario?

Diana Servegnini, dietista, nel podcast La Piuma Equilibrista analizza questo aspetto. Molte delle figure specializzate nell’ambito alimentare, e più generalmente medico, vedono nel peso corporeo il primo fattore di rischio e la prima causa da associare in risposta a svariati problemi, limitando così le diagnosi. La grassofobia è sistemica, ricordate? E nessun campo, neanche quello medico ne è escluso. Sebbene la ricerca stia facendo passi avanti, l’ambito accademico resta fermo, in molti casi, a teorie ormai superate. È importante considerare questa cornice prima di iniziare periodi, magari non necessari, di restrizione alimentare; affidarsi a figure professionali che adottano approcci non prescrittivi e inclusivi al peso è sicuramente un primo passo da fare.

E poi? Poi ci sono attivisti e attiviste che da anni prestano la loro voce per fare divulgazione sui social, per insegnare a guardare il mondo con occhi diversi, togliendo il filtro della magrezza. Luoghi virtuali dove si impara a limitare i giudizi sul corpo, dove il grasso può essere rivendicato, dove la conformità che è stata imposta non esiste.

Ma io lo so perché ho paura di morire, perché fin da piccola mi hanno ripetuto tutti i giorni che se non fossi dimagrita in tempo a quarant’anni sarei morta di crepacuore ed eccomi qui. Tutte le volte in cui parlo con qualcuno che ha il mio stesso corpo, esce sempre questo discorso tra le righe, mai ragionato del tutto: tutte le persone grasse hanno paura di morire perché non le educhiamo a nient’altro se non al terrore e alla morte.

Giulia Paganelli, su instagram evastaizitta

Un luogo più reale della stessa realtà, dove grasso torna ad essere solo una parola. Una parola dignitosa per un corpo dignitoso. Perché non si può morire di grassofobia e non si può vivere con la fobia del grasso.