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LA COSCIENZA DI ZETA

Per decostruire una società, fatta di individui, è necessario che ognuno di essi svolga un lavoro di decostruzione personale. Non esistono soggetti esentati da tale onere e il motivo è facilmente intuibile: siamo il prodotto delle nostre esperienze; delle persone che abbiamo incontrato; dei film che abbiamo visto; dei libri che abbiamo letto; delle parole che abbiamo sentito e di tutto ciò che chiamiamo cultura. Viene da sé che se il sistema nel quale siamo cresciuti non ci piace, dobbiamo cercare di comprendere come questo si rifletta nella nostra persona. Individuarlo, definirlo, accettarlo per poi cambiarlo. Non c’è battaglia senza un oggetto, non c’è guerra senza un nemico. Ma se questo nemico è il parassita del tuo corpo, non potrai mai sconfiggerlo se non lo riconosci. Lo sviluppo personale è uno dei mezzi più efficaci per portare una trasformazione fondamentale in società, scriveva lo psicoanalista Wilhelm Reich. Se siete disposti a litigare con voi stessi, vi consiglio di continuare a leggere. Se ciò potrebbe destabilizzare le vostre certezze voglio suggerirvi di continuare ugualmente a leggere, perché le certezze esistono per essere messe in discussione. Se non c’è nulla che vi turba attualmente e vi ritenete sereni, continuate a leggere perché la vostra percezione è superficiale. Se credete che questa introduzione sia pretenziosa, continuate a leggere così potrete smentirla. Se vi lamentate di vivere in questo sistema patriarcale, continuate a leggere e cercate di ragionare insieme a me. 

Vorrei partire dalle parole della psicoterapeuta e psicoanalista Marina Valcarenghi, protagonista della pellicola Il popolo delle donne, che da decenni conduce studi sulla violenza di genere. Siamo abituati ad associare alla violenza vari termini e, tra tutti, male è uno dei più ricorrenti. Demonizziamo la violenza e abbiamo paura di accettarla per quello che realmente è: un istinto. Nasciamo violenti, è la nostra prima reazione nel momento in cui veniamo al mondo: gridiamo e scalpitiamo. Crescendo, educandoci e inserendoci in società impariamo a controllare i nostri istinti, diventando persone miti. Se riconosciamo che l’essere umano è violento per natura, abbiamo il primo strumento per comprendere ciò che seguirà in questa discussione. Cosa accade quando l’essere umano vede il suo territorio occupato? Cosa accade quando vede il suo potere spodestato? Nasce la paura, la quale è il miglior concime della violenza. Immaginiamo di vivere per più di tremila anni con delle convinzioni, dettate dalle esperienze del nostro mondo, o più comunemente dall’abitudine; immaginiamo che in circa trent’anni queste vengano rovesciate drasticamente: come reagiremmo? Saremmo disorientati, vedendo il nostro posto nel mondo scomparire gradualmente. È ciò che è accaduto all’interno della psiche dell’uomo. Nel nostro caso, in Italia, l’emancipazione e la liberazione femminile è stata un processo repentino: dall’acquisizione del diritto di voto nel 1946 alla conquista del diritto all’aborto, del diritto al divorzio, all’abrogazione della patria potestà avvenuti negli anni ‘70. Consideriamo che fino al 1996 lo stupro era ritenuto un reato contro la morale e non contro la persona. Immaginiamo, quindi, di nascere credendo di dover interpretare un ruolo, poiché è quello che per millenni abbiamo rivestito, lo ritroviamo nei racconti dei nostri nonni e delle nostre nonne, lo vediamo nei film e lo leggiamo, persino, negli esercizi nella scuola elementare. (Il papà lavora ed è forte e la mamma cucina ed è buona.) Questo è ciò che intendiamo con il termine cultura patriarcale.

Cosa succede quando si tenta di decostruire un sistema? Come qualsiasi evento non ordinario, produce confusione, destabilizzazione, perdita identitaria, paura e violenza. A noi donne ci è stato detto che potevamo finalmente scegliere per noi, che potevamo ricoprire qualsiasi ruolo, che avevamo la possibilità di essere indipendenti. Ma nessuno ci ha fornito gli strumenti per capire da dove iniziare e per quanto la legge ci tutelasse non rispecchiava la società circostante. Ci hanno detto di avere dei diritti nella teoria ma nella pratica non li vedevamo rispettati. E ciò non ha fatto altro che provocare un senso di inadeguatezza e di insicurezza, celato da immagini di donne forti e in carriera, che imitavano il potere con accezioni maschili, perché era l’unico modo che conoscevano. Agli uomini è stato chiesto di lasciare il loro posto, di abbandonare quelle che pensavano essere le loro responsabilità e di permettere a qualcun’altra di avere il potere e, ciò nonostante di non poterla considerare un nemico poiché era la stessa persona amata. Neanche loro hanno ricevuto strumenti e hanno trasformato la loro paura, prodotta dal disorientamento, in violenza. Valcarenghi ribalta la domanda che si interroga sul crescente aumento della violenza di genere e risponde così: proprio perché si assiste ad una sempre più rapida liberazione femminile, la violenza di genere è aumentata. L’uomo è spaventato, ha paura e reagisce con la violenza. Ho paura quindi ti insulto, ti picchio, ti stupro, ti ammazzo. La paura è, tuttavia, lo stesso precetto del coraggio, dunque se questa viene individuata e reindirizzata attraverso un atteggiamento riflessivo, utilizzando ciò che nel senso comune chiamiamo intelligenza, allora si trasforma nel coraggio di accettare i cambiamenti. Il prodotto di tale riarticolazione è la persona che indichiamo come alleato. Se ciò non avviene, la reazione depressiva o maniaca, produce le stesse conseguenze: violenza contro le donne. Allo stesso modo, la donna è insicura: sente costantemente il sentimento di inadeguatezza, dettato dal mondo che l’ha cresciuta; si sente indifesa e cerca una protezione. E l’insicurezza è direttamente proporzionale alla violenza. Più noi siamo insicure, più gli uomini sono violenti. Questo è il pattern di qualsiasi violenza, si pensi alle lotte di classe o più semplicemente al bullismo.

Cosa dobbiamo fare allora?

Dobbiamo iniziare il nostro processo di decostruzione personale, dobbiamo individuare i retaggi della cultura patriarcale presenti nei nostri pensieri e di conseguenza nelle nostre azioni. E per farlo dobbiamo iniziare il dialogo con noi stessi e con gli altri. Se di fronte ad un ennesimo caso di femminicidio, come quello avvenuto recentemente di Giulia Cecchettin, ci interessiamo di seguire i fatti della cronaca come se fosse un thriller, stiamo sbagliando qualcosa e contestualmente, stiamo alimentando la stessa cultura che vogliamo scardinare. Assistere alla spettacolarizzazione della violenza di genere e non fare nulla per criticarla, è un atto di complicità. L’attivismo di cui abbiamo bisogno si deve tradurre in un’informazione critica, che porti con sé spunti di riflessione e apra al dialogo. Chiediamoci come donne, quanto siano efficaci le nostre modalità di sensibilizzazione. Siamo disposte a cercare un confronto quotidiano con l’altro? Chiedetevi come uomini, quanto sia fruttuoso liquidare il dialogo affermando che quella categoria di uomini non vi rispecchia. Siete disposti a riconoscere l’importanza di un tema che vi tocca in prima persona? Se non cogliamo l’occasione per criticarci, stiamo sbagliando qualcosa. Tutti e tutte. Poniamoci domande. Anche se ora non abbiamo delle risposte. Ma solleviamo delle questioni.

Cosa potrei fare in quanto alleato?

Potrei iniziare dal mostrarmi vulnerabile, allontanando l’idea di mascolinità performativa; potrei parlarne con i miei amici, per capire come loro si sentono al riguardo. Potrei chiedere alle mie amiche se qualche volta ho assunto atteggiamenti sessisti senza riconoscerlo; potrei ripensare a tutte le volte in cui per offendere una donna le ho rivolto l’epiteto puttana, anche se non lo pensavo veramente. Potrei chiedermi se ho contribuito ad oggettificare una donna con qualche commento confidenziale. Posso leggere, posso studiare.

Cosa posso fare in quanto donna?

Posso lavorare sulle mie insicurezze, valutando i miei rapporti con l’altro sesso. Quante volte sono stata accondiscendente e non ho fatto sentire la mia voce? Quante volte ho permesso di essere oggettificata? Quante volte ho cercato nell’altro protezione al posto dell’amore? Quante volte ho accettato che la rabbia giustificasse la parola puttana? Quante volte sono stata zitta per paura di essere ritenuta la solita femminista eccessiva? Quante volte ho lottato davvero per i miei diritti?

L’unica arma che abbiamo per decostruire questo sistema è la cultura, è il sapere, è la ricerca della verità. Combattere la cultura patriarcale con la cultura. Ma non possiamo aspettare che le istituzioni lo facciano per noi, nessuna legge esterna ha la forza di radicarsi nella nostra morale. Dobbiamo iniziare da soli questo processo di distruzione. Litighiamo con noi stessi e se necessario con l’altro; trasformiamo il dialogo in un confronto e non in un attacco. Non ci limitiamo a fare attivismo performativo sulle nostre piattaforme digitali, utilizziamole per portare criticità: condividiamo esperienze, pensieri, perplessità. Questa guerra invisibile contro il patriarcato ha bisogno di una partecipazione unita e collettiva: la nostra liberazione è la vostra liberazione.

Per ogni donna che ha deciso di credere nel cambiamento.

Per ogni uomo che non vuole che il peso della storia gli rubi l’identità.

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