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Transgender Day of Remembrance: dalla nascita ai dati odierni

Naomi Cabral nell’ottobre 2022, Brianna Ghey nel febbraio 2023, una donna quarantaduenne non identificata e Bruna Cacio dos Santos nel maggio 2023. Solo quattro dei 320 nomi di persone trans morte tra ottobre 2022 e settembre 2023, numero che comprende solo gli assassinii e decessi derivanti da altre cause, come ad esempio i suicidi. Per loro e per tutte le vittime di transfobia non registrate, il 20 novembre si celebra il Transgender Day of Remembrance (TDoR), tradizionalmente caratterizzato da veglie notturne, come fu la prima volta nel 1999.

L’origine e il TDoR oggi in Italia

La commemorazione infatti nasce proprio a seguito della morte di Rita Hester, donna trans assassinata nel 1998. Proprio il 20 novembre dell’anno successivo, la sua amica Gwndolyn Ann Smith organizzò una veglia notturna in onore di Hester e di tutte le vittime del pregiudizio transfobico. Uno dei motivi che la spinsero fu proprio il fatto che il caso Hester fu archiviato come semplice crimine d’odio, senza far riferimento alla specifica matrice transfobica.
Ad oggi anche in Italia in questa occasione si svolgono numerose manifestazioni ed eventi. Veglie notturne nelle quali si crea uno spazio per la condivisione di esperienze personali e collettive, naturali proseguimenti della prima organizzata da Smith nel 1999,  ma anche cortei al grido di Trans Lives Matter (sulla scia del movimento transnazionale Black Lives Matter), che occupa le strade di alcune città italiane con rivendicazioni politiche destinate direttamente alle istituzioni, ancora completamente disinteressate alla dilagante omotransfobia. Non a caso in 24 anni la situazione non è per niente migliorata: il numero di morti di persone trans non sembra essere diminuito negli anni, come riporta l’organizzazione non governativa Transgender Europe (TGEU), mentre l’età media delle vittime sembra seguire un trend decrescente.
Inoltre una delle principali cause di decesso sembra essere il suicidio. Basti pensare al caso di Cloe Bianco, insegnate che poco più di un anno fa si tolse la vita proprio a causa della difficoltà in quanto donna trans a muoversi in una società che chiude qualsiasi spazio alle soggettività considerate non conformi. La sensazione di rifiuto e la pressione dovuta ad un contesto socio-culturale oppressivo ed escludente è così comune da avere un nome: minority stress, con cui si indica proprio il disagio psicologica di cui spesso persone appartenenti ad una qualsiasi minoranza fanno esperienza per il solo fatto di appartenere ad un gruppo marginalizzato.

Un problema da affrontare in maniera intersezionale

E non a caso tutti gli esempi fatti finora riguardano donne trans, spesso non bianche. Infatti secondo l’ultimo rapporto del Transgender Murder Monitor coprono il 94% della statistica, mentre l’80% è rappresentato da soggettività razzializzate. Parlare di violenza transfobica vuol dire scontrarsi con i limiti e le imposizioni di un sistema di genere binario che ha comunque origine patriarcale. Le questioni affrontate nelle manifestazioni e commemorazioni del TDoR non riguardano solamente le vite di persone e donne trans, ma anzi risuonano fortemente con le rivendicazioni che in questi giorni sono tornate alla ribalta a causa del 105⁰ femminicidio in Italia, quello di Giulia Cecchettin. Quando si parla di battaglie femministe intersezionali si intende questo. Giornate come il TDoR ce lo ricordano costantemente evidenziando quanto da un lato le vittime più probabili siano donne trans, soprattutto se non bianche, e dall’altro sia proprio la difficoltà di esistere in un contesto socio-culturale che respinge la causa principale di morte.

Il valore politico del TDoR

Il portato politico di questa celebrazione sta proprio nella profonda consapevolezza che gran parte di questa responsabilità sia delle istituzioni. Tramite le storie personali e la commemorazione di un lutto collettivo che unisce tutta la comunità queer, si costruisce la consapevolezza delle molteplici forme in cui si concretizza la violenza transfobica, strutturata a partire dalle battute a sfondo discriminatorio, dalle narrazioni, dalle rappresentazioni fino alla violenza fisica. L’immagine, riprendendo sempre dall’immaginario femminista, è molto simile alla piramide della cultura dello stupro. Se la morte rappresenta la cima, è possibile solo grazie ad un contesto in cui alla base ci sono come di violenza molto più sottili.
Ma ricordare e celebrare le morti ha un ulteriore e profondo valore. Come ricorda Maya De Leo in Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, la condivisione comunitaria del lutto, così come accadde durante l’epidemia dell’AIDS per gli uomini omosessuali, può portare alla creazione di reti e connessioni politiche che rivelano le dinamiche strutturali di violenza e discriminazione (come possono essere l’impossibilità di accesso alle terapie o le barriere all’accesso al mondo del lavoro, in breve molti dei fattori connessi al sopracitato minority stress).

Partecipare alle manifestazioni, informarsi, educarsi ed educare gli altri in assenza di un’azione istituzionale, occupare gli spazi con il proprio corpo e le proprie parole, e forse anche con la propria rabbia. Giornate come il TDoR offrono le possibilità per schierarsi dalla parte di chi tutt’oggi sconta il prezzo di anni di cultura oppressiva. E troppo spesso il prezzo è la vita stessa.